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†«.¸¸.¤°´¯`*... se non fossi tuo mio Cristo mi sentirei creatura finita...*´¯`°¤.¸¸.»†

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Angiwrote:
May 2
Franca iowrote:
Apr. 11

grazie don Samuele di avermi aggiunto tra i suoi contatti!........spero di poterla sentire presto!

ciao ciauz!

Mar. 21
Raggiowrote:
 

L' Altro

Il tuo prossimo
è lo sconosciuto che è in te, reso visibile.
Il suo volto si riflette
nelle acque tranquille,
e in quelle acque, se osservi bene,
scorgerai il tuo stesso volto.
Se tenderai l'orecchio nella notte,
è lui che sentirai parlare,
e le sue parole saranno i battiti
del tuo stesso cuore.
Non sei tu solo ad essere te stesso.
Sei presente nelle azioni degli altri uomini,
e questi, senza saperlo,
sono con te in ognuno dei tuoi giorni.
Non precipiteranno
se tu non precipiterai con loro,
e non si rialzeranno se tu non ti rialzerai.

Kahlil Gibran "Gesu' figlio dell'uomo"

L'Altro è come la stagione della Primavera
si risveglia
tutte le volte che
gli permettiamo di farlo
con e per Amore...
 
Buon Fine Settimana
Dani
Mar. 21
Mar. 7
February 13

Coraggio!

Missionario in Paraguay restituisce l'onorificenza a Napolitano


Don Aldo Trento, responsabile di una clinica per malati terminali


ROMA, giovedì, 12 febbraio 2009  Don Aldo Trento è dal 1989 uno dei più noti missionari della Fraternità San Carlo Borromeo in Paraguay. Ha sessantadue anni ed è responsabile di una clinica per malati terminali di Asunción.

Il 2 giugno scorso il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli aveva conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà. Mercoledì, don Aldo ha restituito l’onorificenza a Napolitano a causa della mancata firma del decreto che avrebbe arrestato il protocollo medico per Eluana Englaro.

“Come posso io, cittadino italiano, ricevere simile onore quando Lei, con il suo intervento, permette la morte di Eluana, a nome della Repubblica italiana?”, si è chiesto.

“Ho più di un caso come Eluana Englaro”, racconta Aldo Trento al “Foglio”. “Penso al piccolo Victor, un bambino in coma, che stringe i pugni, l’unica cosa che facciamo è dargli da mangiare con la sonda. Di fronte a queste situazioni come posso reagire al caso Eluana?”.

“Ieri mi portano una ragazza nuda, una prostituta, in coma, scaricata davanti a un ospedale, si chiama Patrizia, ha diciannove anni, l’abbiamo lavata e pulita. E ieri ha iniziato a muovere gli occhi”, afferma.

“Celeste ha undici anni, soffre di una leucemia gravissima, non era mai stata curata, me l’hanno portata soltanto per seppellirla. Oggi Celeste cammina. E sorride”.

“Ho portato al cimitero più di seicento di questi malati. Come si può accettare una simile operazione come quella su Eluana?”.

“Cristina è una bambina abbandonata in una discarica, è cieca, sorda, trema quando la bacio, vive con una sondina come Eluana. Non reagisce, trema e basta, ma pian piano recupera le facoltà”, prosegue.

“Sono padrino di decine di questi malati. Non mi interessa la loro pelle putrefatta. Vedesse i miei medici con quale umiltà li curano”.

Don Aldo Trento dice di provare un “dolore immenso” per la storia di Eluana Englaro: “E’ come se mi dicessero: ‘Ora ti prendiamo i tuoi figli malati’”.

Per il missionario, “l’uomo non si può ridurre a questione chimica”.

“Come può il presidente della Repubblica offrirmi una stella alla solidarietà nel mondo?” Così ho preso la stella e l’ho portata all’ambasciata italiana del Paraguay”.

“Qui il razionalismo crolla lasciando spazio al nichilismo – commenta – . Ci dicono che una donna ancora in vita sarebbe praticamente già morta. Ma allora è assurdo anche il cimitero e il culto dell’immortalità che anima la nostra civiltà”.

November 11

San Paolo

San Paolo caduto tre volte

Nei suoi scritti, l'Apostolo offre tre versioni di come Cristo lo abbia «afferrato» sulla via di Damasco. E anche San Luca propone un triplice racconto della svolta radicale di Saulo

di Gianfranco Ravasi

Le moi est haïssable, scriveva Pascal nei suoi Pensieri, e che l'io troppo ostentato nelle sue esperienze più profonde sia un po' odioso era probabilmente una sensazione condivisa anche da san Paolo, che pure aveva lasciato impronte personalissime nel suo epistolario. Qualcosa del genere può, infatti, essere ripetuto anche per quell'evento capitale che aveva rivoluzionato la sua autobiografia, ossia la conversione avvenuta – forse nell'anno 32 –sulla strada che lo stava conducendo a Damasco. Scrivendo ai cristiani di Filippi, l'Apostolo ricorre soltanto a un folgorante verbo greco, katelémften, cioè «fui afferrato, ghermito, conquistato, impugnato» da Cristo (3, 12). In altri passi del suo epistolario si accontenta di indicare una divisione netta tra un "prima" e un "poi", linea di demarcazione tra il persecutore e l'apostolo di Cristo: non per nulla nel suo famoso oratorio Paulus il musicista Felix Mendelssohn Bartholdy farà impersonare da due bassi diversi la voce di Paolo prima e dopo la conversione. Ai Corinzi semplicemente chiede con una domanda retorica: «Non ho io visto Gesù, il Signore?» (I, 9,1) e conferma: «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (I, 15,8). Oppure, riferendosi a un simbolo luminoso (che poi riprenderemo), ricorda che «Dio rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che brilla sul volto di Cristo» (II, 4,6). Il massimo che riusciamo a strappargli è ciò che confessa ai Galati: «Quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunziassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco» (1, 15-17). Se vogliamo sapere qualcosa di più di ciò che accadde su quella strada che conduceva alla capitale siriana (diventata l'emblema delle conversioni: si pensi solo all'opera Verso Damasco del drammaturgo svedese August Strindberg),dobbiamo ricorrere a chi –almeno per un certo periodo della sua vita – fu compagno dell'Apostolo nei suoi viaggi missionari, cioè san Luca. Ebbene, egli nella sua seconda opera, gli Atti degli Apostoli, per ben tre volte narra la svolta radicale che fece di Paolo un missionario di quella "setta" che egli voleva contrastare con fierezza fin nel territorio della Siria. Infatti, Luca ricorda che, durante quel viaggio, egli recava con sé "lettere" del sommo sacerdote gerosolimitano destinate alle comunità ebraiche damascene perché si impegnassero nel bloccare la nuova eresia che veniva denominata ( a più riprese negli Atti) col suggestivo vocabolo «Via». La prima narrazione è nel capitolo 9 ed è alla terza persona. Due sono gli atti. Da un lato, c'è l'incontro epifanico di Paolo con Gesù e poi quello più "quotidiano" con un membro della comunità cristiana di Damasco di nome Anania, che non solo gli va incontro accogliendolo come un fratello, ma che lo libera anche dalla cecità causata dal bagliore della visione. D'altro lato, c'è ormai l'Apostolo che «subito nelle sinagoghe annuncia che Gesùè il Figlio di Dio» (v. 20). Ma fermiamoci per un momento all'esperienza iniziale dell'incontro, che Luca dipinge coi contorni di una visione, simile a quelle che costellano la Bibbia e che hanno come destinatari, ad esempio, il patriarca Giacobbe o i profeti Ezechiele e Daniele. Ecco le parole dell'evangelista: «All'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, o Signore? E la voce: Io sono Gesù, che tu perseguiti!» (9, 3-5). Come è evidente, non si parla di una caduta da cavallo come amerà immaginare l'iconografia successiva (è appunto il caso anche del celebre dipinto di Caravaggio in S. Maria del Popolo a Roma), ma di una folgorazione che fa incespicare e cadere a terra.C'è un elemento interessante in quel dialogo tra Saulo (che è il nome ebraico dell'Apostolo e che vuole idealmente marcare il suo passato, destinato ora a morire con "l'uomo vecchio", per usare una nota espressione paolina) e la voce di Cristo. Saulo stava recandosi a Damasco per incatenare i discepoli di Gesù; Cristo si identifica con loro: «Io sono Gesù, che tu perseguiti!». Come ha fatto notare Benedetto XVI nel suo discorso di apertura dell'anno paolino, Cristo stabilisce un nesso di identità con la Chiesa che è il suo corpo. Ed è altrettanto significativa una nota apparentemente marginale ma forse allusiva: Saulo rimane cieco per tre giorni (9,9) e quando vienebattezzato si dice che i suoi occhi si illuminano ed egli «si alza»: ora il verbo greco anastas, l'"alzarsi", è lo stesso che viene usato nel Nuovo Testamento per la risurrezione di Cristo. Ai tre giorni oscuri del sepolcro subentra il levarsi luminoso della risurrezionerinascita: non si dimentichi che nella Lettera ai Romani Paolo descriverà il battesimo in modo analogo, secondo lo schema della "sepoltura- risurrezione"di Cristo (6,3-9),mentre l'illuminazione era uno dei principali simbolismi battesimali. Abbiamo detto che sono tre i racconti lucani di questa avventura spirituale radicale vissuta dall'Apostolo. Riserviamo un cenno anche agli altri due. Nel capitolo 22 degli Atti, la narrazione è in prima persona. Siamo nel tempio di Gerusalemme e Paolo sta per essere linciato dai suoi antichi correligionari. Ma il comandante della coorte romana di stanza in quell'area lo sottrae alla folla e lo conduce nella fortezza Antonia, ove gli concede di arringare il popolo che continua a pressarlo. In ebraico Paolo racconta autobiograficamente la vicenda della via di Damasco, ricalcando il primo testo degli Atti. Egli, però, sottolinea ora che i suoi compagni di viaggio «videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava», a differenza del primo racconto («sentivano la voce, ma non vedevano nessuno » 9, 7). Si tratta, quindi, di un'esperienza che ha qualche eco esterna, ma che rimane profondamente personale e interiore. Ci sono stati, perciò, alcuni critici che hanno parlato in modo "razionalistico" di allucinazione. In realtà, la menzione esplicita dei personaggi coinvolti (anche con nomi propri, come Giuda che ospita Paolo a Damasco nella sua casa sulla "via Diritta" o come il citato Anania) attesta il realismo di un evento personale che è confermato, come si diceva, anche da una terza testimonianza. Essa è presente in Atti 26, 12-23. Ora l'Apostolo è agli arresti presso il governatore romano Festo nella città di Cesarea Marittima, la residenza degli alti funzionari imperiali in Palestina (si ricordi che qui si svolgerà anche la vicenda del centurione Cornelio, descritta nel capitolo 10). In visita ufficiale in quella città costiera si presenta la coppia principesca di Agrip-pa II, discendente del re Erode, e di sua sorella Berenice che era anche la sua compagna incestuosa. Ebbene, Paolo davanti a loro – in attesa di essere trasferito a Roma per il processo d'appello da lui richiesto come cittadino romano – ripete la storia della sua conversione al cristianesimo. La sostanza dell'evento è sempre la stessa, ma appaiono anche alcune variazioni e novità. Così, non entra più in scena Anania; a terra cadono pure i compagni di viaggio e non solo Paolo; curiosamente Cristo cita un proverbio greco, attestato anche dagli scrittori Euripide e Pindaro, che è però detto dalla voce divina in ebraico: «Duro è per te recalcitrare contro il pungolo»(26,14). L'immagine è forte e vivace ed è desunta dal mondo agricolo: il contadino stimola l'animale da soma con un bastone chiodato in punta. Si tratta, quindi, di un modo pittoresco per esaltare il primato della grazia divina nell'esperienza della conversione. Dopo tutto lo stesso Apostolo, scrivendo ai Romani, citava con passione una frase divina presente nel libro di Isaia: «Io – dice il Signore – mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano; ho risposto anche a quelli che non mi invocavano» (10, 20). Ma le parole di Cristo, in questo racconto, vanno oltre e delineano la futura missione dell'Apostolo, "ministro e testimone", quella di «aprire gli occhi [ a ebrei e pagani, proprio come era accaduto allo stesso Paolo] perché passino dalle tenebre alla luce, dal potere di Satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l'eredità" della salvezza (26,18). Sono queste le ultime parole di Cristo presenti nell'intera opera lucana,un mirabile suggello alla storia di un convertito, che per tutta la sua vita e con tutta la sua stessa esistenza ripeterà le prime parole di Gesù citate dai Vangeli: «Convertitevi e credete!» (Marco 1,15). L'elemento unificante è la luce folgorante che scaraventa a terra il convertito. Di cavalli, invece, non si parla Un capolavoro a Milano. La grande pala con la «Conversione di Saulo» di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio conservata nella collezione romana dei principi Odescalchi in mostra Palazzo Marino dal 16 novembre al 14 dicembre 2008

 

November 02

defunti...

XXXI Domenica
Sapienza 3, 1-9; Apocalisse 21, 1-5.6-7; Matteo 5, 1-12

La festa di Tutti i Santi e la commemorazione dei fedeli defunti hanno una cosa in comune e per questo sono poste l'una di seguito all'altra. Anche il brano evangelico è lo stesso ed è la pagina delle beatitudini. Ambedue le ricorrenze ci parlano dell'aldilà. Se non credessimo in una vita dopo la morte, sarebbe vano celebrare la festa dei Santi e ancora più vano recarci al cimitero. Chi andremmo a visitare e perché accendiamo una candela o portiamo un fiore?

Tutto dunque in questo giorno ci invita a una riflessione sapienziale: "Insegnaci a contare i nostri giorni –dice un salmo – e giungeremo alla sapienza del cuore". "Si sta come d'autunno sull'albero le foglie" (G. Ungaretti). L'albero a primavera torna a fiorire, ma con altre foglie; anche il mondo continuerà dopo di noi, ma con altri abitanti. Le foglie non hanno una seconda vita, marciscono dove cadono. È così anche di noi? Qui l'analogia qui si interrompe. Gesù ha promesso: "Io sono la risurrezione e la vita, chi vive e crede in me anche se muore, vivrà". È la grande sfida della fede, non solo dei cristiani, ma anche degli ebrei e degli islamici, di tutti coloro che credono in un Dio personale.

Quelli che hanno visto il film Dottor Zivago ricordano la celebre canzone di Lara che fa da colonna sonora. Nella versione italiana essa dice: "Dove non so, ma un posto ci sara' da dove noi non torneremo mai...". La canzone esprime bene il senso del celebre romanzo di Pasternac da cui è tratto il film: due innamorati che si incontrano, si cercano, ma che la sorte (siamo all'epoca tempestosa della rivoluzione bolscevica) ogni volta crudelmente separa, fino alla scena finale in cui le loro strade tornano a incrociarsi, senza però riconoscersi.

Ogni volta che mi capita di ascoltare le note di quella canzone, la mia fede mi fa quasi gridare tra me: Sì un posto c'è da dove noi non torneremo –e non vorremo tornare – mai. Gesù è andato a prepararcelo, ci ha aperto la via con la sua risurrezione e ci ha indicato la strada per seguirlo con la pagina delle beatitudini. Un posto in cui il tempo si fermerà su di noi per cedere il passo all'eternità; dove l'amore sarà pieno e totale. Non solo l'amore di Dio e per Dio, ma anche ogni amore onesto e santo vissuto sulla terra.

La fede non esenta i credenti dall'angoscia di dover morire, essa però la tempera con la speranza. Il prefazio della Messa di domani dice: "Se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la speranza dell'immortalità futura". A questo proposito c'è una testimonianza sconvolgente situata anch'essa in Russia. Nel 1972 su una rivista clandestina fu pubblicato un testo. Si tratta di una preghiera trovata nel taschino della giubba del soldato Aleksander Zacepa, composta pochi istanti prima della battaglia in cui perse la vita nella seconda guerra mondiale. Dice:

Ascolta, o Dio! Non una volta nella mia vita ho parlato con te, ma oggi mi vien voglia di farti festa.
Sai, fin da piccolo mi hanno sempre detto che non esisti... io stupido ci ho creduto.
Non ho mai contemplato le tue opere,
ma questa notte ho guardato dal cratere di una granata al cielo di stelle sopra di me
e affascinato dal loro scintillare,
ad un tratto ho capito come possa esser terribile l'inganno... Non so, o Dio, se mi darai la tua mano,
ma io ti dico e tu mi capisci...
Non è strano che in mezzo a uno spaventoso inferno mi sia apparsa la luce e io abbia scorto te?
Oltre a questo non ho nulla da dirti. Sono felice solo perché ti ho conosciuto. A mezzanotte dobbiamo attaccare,
ma non ho paura, tu guardi a noi.
E il segnale! Me ne devo andare. Si stava bene con te. Voglio ancora dirti, e tu lo sai, che la battaglia sarà dura: può darsi che questa notte stessa venga a bussare da te. E anche se finora non Sono stato tuo amico,
quando verrò, mi permetterai di entrare?
Ma che succede, piango?
Dio mio, tu vedi quello che mi è capitato, soltanto ora ho incominciato a veder chiaro... Salve, mio Dio, vado... difficilmente tornerò. Che strano, ora la morte non mi fa paura.
(Edito in di V. Cattana, Le più belle preghiere del mondo, Mondadori 2006, p. 188).

August 31

ordinazione

 

Ordinazione presbiterale Domenica 14 settembre 2008 Festa dell’Esaltazione della Santa Croce

 

 

 

 

BASILICA Cattedrale di Massa, ore 17.30

Per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di S.E. Rev.ma Mons. ALBERTO SILVANI, vescovo di Voltera 

 

verrò ordinato sacerdote!!!

Pregate per me affinchè possa compiersi in me l'opera che Lui ha iniziato!!!

August 15

Fede...

XX Domenica del tempo ordinario Isaia 56, 1.6-7; Romani 11, 13-15.29-32; Matteo 15, 21-28 Una donna Cananea si mise a gridare Se Gesù avesse ascoltata la donna Cananea alla prima richiesta, tutto quello che essa avrebbe conseguito sarebbe stata la liberazione della figlia. La vita sarebbe trascorsa con qualche fastidio in meno. Ma tutto sarebbe finito lì e alla fine madre e figlia sarebbero morte senza lasciare traccia di sé. Invece così la sua fede è cresciuta, si è purificata, fino a strappare a Gesù quel grido finale di entusiasmo: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri!" Da quell'istante, nota il Vangelo, sua figlia fu guarita. Ma cosa è avvenuto nel frattempo? Un altro miracolo, ben più grande della guarigione della figlia. Quella donna è diventata una "credente", una delle prime credenti provenienti dal paganesimo. Una pioniera della fede cristiana. Una nostra antenata. Quante cose ci insegna questa semplice storia evangelica! Una delle cause più profonde di sofferenza per un credente sono le preghiere non ascoltate. Abbiamo pregato per una certa cosa, per settimane, mesi e forse anni. Ma niente. Dio sembrava sordo. La donna Cananea è lì, elevata per sempre al ruolo di istitutrice e maestra di perseveranza nella preghiera. Chi si fosse trovato a osservare il comportamento e le parole di Gesù verso quella povera donna desolata, non avrebbe potuto fare a meno di vedervi insensibilità e durezza di cuore. Come si fa a trattare così una madre afflitta? Ma ora sappiamo cosa c'era nel cuore di Gesù che lo faceva agire in quel modo. Egli soffriva nell'opporre i suoi rifiuti, trepidava davanti al rischio che ella si stancasse e desistesse. Sapeva che l'arco, troppo teso, avrebbe potuto spezzarsi. C'è infatti anche per Dio l'incognita della libertà umana che fa nascere in lui la speranza. Gesù ha sperato, per questo si mostra alla fine così pieno di gioia. È come se avessero vinto in due. Dio, dunque, ascolta anche quando...non ascolta. E il suo non ascoltare è già un soccorrere. Ritardando nell'esaudire, Dio fa sì che il nostro desiderio cresca, che l'oggetto della nostra preghiera si elevi; che dalle cose materiali passiamo a quelle spirituali, dalle cose temporali a quelle eterne, dalle cose piccole passiamo a quelle grandi. In tal modo egli può darci molto di più di quanto inizialmente eravamo venuti a chiedergli. Spesso, quando ci mettiamo in preghiera, noi somigliamo a quel contadino di cui parla un antico autore spirituale. Egli ha ricevuto la notizia che il re in persona lo riceverà. È l'occasione della vita: potrà esporgli a viva voce la sua petizione, chiedere la cosa che vuole, sicuro che gli verrà concessa. Arriva il giorno fissato, il buon uomo, emozionatissimo, entra alla presenza del re, e che cosa chiede? Un quintale di letame per i suoi campi! Era il massimo a cui era riuscito a pensare. Noi, dicevo, ci comportiamo a volte con Dio alla stessa maniera. Quello che gli chiediamo, in confronto a quello che potremmo chiedergli, è solo un quintale di concime, cose piccole, che servono per poco, che anzi a volte potrebbero perfino ritorcersi a nostro danno. Un grande ammiratore della Cananea era Sant'Agostino. Quella donna gli ricordava sua madre Monica. Anche lei aveva inseguito il Signore per anni, piangendo e chiedendogli la conversione del figlio. Non si era lasciata scoraggiare da nessun rifiuto. Aveva inseguito il figlio fino in Italia e a Milano, fino a che lo vide tornato al Signore. In uno dei suoi discorsi egli ricorda le parole di Cristo: "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto" e conclude dicendo: "Così fece la Cananea: chiese, cercò, bussò alla porta e ricevette. Facciamo anche noi lo stesso e anche a noi sarà aperto.

 

Commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. - predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima, XIX del tempo ordinario.

 
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