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    February 13

    Coraggio!

    Missionario in Paraguay restituisce l'onorificenza a Napolitano


    Don Aldo Trento, responsabile di una clinica per malati terminali


    ROMA, giovedì, 12 febbraio 2009  Don Aldo Trento è dal 1989 uno dei più noti missionari della Fraternità San Carlo Borromeo in Paraguay. Ha sessantadue anni ed è responsabile di una clinica per malati terminali di Asunción.

    Il 2 giugno scorso il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli aveva conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà. Mercoledì, don Aldo ha restituito l’onorificenza a Napolitano a causa della mancata firma del decreto che avrebbe arrestato il protocollo medico per Eluana Englaro.

    “Come posso io, cittadino italiano, ricevere simile onore quando Lei, con il suo intervento, permette la morte di Eluana, a nome della Repubblica italiana?”, si è chiesto.

    “Ho più di un caso come Eluana Englaro”, racconta Aldo Trento al “Foglio”. “Penso al piccolo Victor, un bambino in coma, che stringe i pugni, l’unica cosa che facciamo è dargli da mangiare con la sonda. Di fronte a queste situazioni come posso reagire al caso Eluana?”.

    “Ieri mi portano una ragazza nuda, una prostituta, in coma, scaricata davanti a un ospedale, si chiama Patrizia, ha diciannove anni, l’abbiamo lavata e pulita. E ieri ha iniziato a muovere gli occhi”, afferma.

    “Celeste ha undici anni, soffre di una leucemia gravissima, non era mai stata curata, me l’hanno portata soltanto per seppellirla. Oggi Celeste cammina. E sorride”.

    “Ho portato al cimitero più di seicento di questi malati. Come si può accettare una simile operazione come quella su Eluana?”.

    “Cristina è una bambina abbandonata in una discarica, è cieca, sorda, trema quando la bacio, vive con una sondina come Eluana. Non reagisce, trema e basta, ma pian piano recupera le facoltà”, prosegue.

    “Sono padrino di decine di questi malati. Non mi interessa la loro pelle putrefatta. Vedesse i miei medici con quale umiltà li curano”.

    Don Aldo Trento dice di provare un “dolore immenso” per la storia di Eluana Englaro: “E’ come se mi dicessero: ‘Ora ti prendiamo i tuoi figli malati’”.

    Per il missionario, “l’uomo non si può ridurre a questione chimica”.

    “Come può il presidente della Repubblica offrirmi una stella alla solidarietà nel mondo?” Così ho preso la stella e l’ho portata all’ambasciata italiana del Paraguay”.

    “Qui il razionalismo crolla lasciando spazio al nichilismo – commenta – . Ci dicono che una donna ancora in vita sarebbe praticamente già morta. Ma allora è assurdo anche il cimitero e il culto dell’immortalità che anima la nostra civiltà”.

    November 11

    San Paolo

    San Paolo caduto tre volte

    Nei suoi scritti, l'Apostolo offre tre versioni di come Cristo lo abbia «afferrato» sulla via di Damasco. E anche San Luca propone un triplice racconto della svolta radicale di Saulo

    di Gianfranco Ravasi

    Le moi est haïssable, scriveva Pascal nei suoi Pensieri, e che l'io troppo ostentato nelle sue esperienze più profonde sia un po' odioso era probabilmente una sensazione condivisa anche da san Paolo, che pure aveva lasciato impronte personalissime nel suo epistolario. Qualcosa del genere può, infatti, essere ripetuto anche per quell'evento capitale che aveva rivoluzionato la sua autobiografia, ossia la conversione avvenuta – forse nell'anno 32 –sulla strada che lo stava conducendo a Damasco. Scrivendo ai cristiani di Filippi, l'Apostolo ricorre soltanto a un folgorante verbo greco, katelémften, cioè «fui afferrato, ghermito, conquistato, impugnato» da Cristo (3, 12). In altri passi del suo epistolario si accontenta di indicare una divisione netta tra un "prima" e un "poi", linea di demarcazione tra il persecutore e l'apostolo di Cristo: non per nulla nel suo famoso oratorio Paulus il musicista Felix Mendelssohn Bartholdy farà impersonare da due bassi diversi la voce di Paolo prima e dopo la conversione. Ai Corinzi semplicemente chiede con una domanda retorica: «Non ho io visto Gesù, il Signore?» (I, 9,1) e conferma: «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (I, 15,8). Oppure, riferendosi a un simbolo luminoso (che poi riprenderemo), ricorda che «Dio rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che brilla sul volto di Cristo» (II, 4,6). Il massimo che riusciamo a strappargli è ciò che confessa ai Galati: «Quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunziassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco» (1, 15-17). Se vogliamo sapere qualcosa di più di ciò che accadde su quella strada che conduceva alla capitale siriana (diventata l'emblema delle conversioni: si pensi solo all'opera Verso Damasco del drammaturgo svedese August Strindberg),dobbiamo ricorrere a chi –almeno per un certo periodo della sua vita – fu compagno dell'Apostolo nei suoi viaggi missionari, cioè san Luca. Ebbene, egli nella sua seconda opera, gli Atti degli Apostoli, per ben tre volte narra la svolta radicale che fece di Paolo un missionario di quella "setta" che egli voleva contrastare con fierezza fin nel territorio della Siria. Infatti, Luca ricorda che, durante quel viaggio, egli recava con sé "lettere" del sommo sacerdote gerosolimitano destinate alle comunità ebraiche damascene perché si impegnassero nel bloccare la nuova eresia che veniva denominata ( a più riprese negli Atti) col suggestivo vocabolo «Via». La prima narrazione è nel capitolo 9 ed è alla terza persona. Due sono gli atti. Da un lato, c'è l'incontro epifanico di Paolo con Gesù e poi quello più "quotidiano" con un membro della comunità cristiana di Damasco di nome Anania, che non solo gli va incontro accogliendolo come un fratello, ma che lo libera anche dalla cecità causata dal bagliore della visione. D'altro lato, c'è ormai l'Apostolo che «subito nelle sinagoghe annuncia che Gesùè il Figlio di Dio» (v. 20). Ma fermiamoci per un momento all'esperienza iniziale dell'incontro, che Luca dipinge coi contorni di una visione, simile a quelle che costellano la Bibbia e che hanno come destinatari, ad esempio, il patriarca Giacobbe o i profeti Ezechiele e Daniele. Ecco le parole dell'evangelista: «All'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, o Signore? E la voce: Io sono Gesù, che tu perseguiti!» (9, 3-5). Come è evidente, non si parla di una caduta da cavallo come amerà immaginare l'iconografia successiva (è appunto il caso anche del celebre dipinto di Caravaggio in S. Maria del Popolo a Roma), ma di una folgorazione che fa incespicare e cadere a terra.C'è un elemento interessante in quel dialogo tra Saulo (che è il nome ebraico dell'Apostolo e che vuole idealmente marcare il suo passato, destinato ora a morire con "l'uomo vecchio", per usare una nota espressione paolina) e la voce di Cristo. Saulo stava recandosi a Damasco per incatenare i discepoli di Gesù; Cristo si identifica con loro: «Io sono Gesù, che tu perseguiti!». Come ha fatto notare Benedetto XVI nel suo discorso di apertura dell'anno paolino, Cristo stabilisce un nesso di identità con la Chiesa che è il suo corpo. Ed è altrettanto significativa una nota apparentemente marginale ma forse allusiva: Saulo rimane cieco per tre giorni (9,9) e quando vienebattezzato si dice che i suoi occhi si illuminano ed egli «si alza»: ora il verbo greco anastas, l'"alzarsi", è lo stesso che viene usato nel Nuovo Testamento per la risurrezione di Cristo. Ai tre giorni oscuri del sepolcro subentra il levarsi luminoso della risurrezionerinascita: non si dimentichi che nella Lettera ai Romani Paolo descriverà il battesimo in modo analogo, secondo lo schema della "sepoltura- risurrezione"di Cristo (6,3-9),mentre l'illuminazione era uno dei principali simbolismi battesimali. Abbiamo detto che sono tre i racconti lucani di questa avventura spirituale radicale vissuta dall'Apostolo. Riserviamo un cenno anche agli altri due. Nel capitolo 22 degli Atti, la narrazione è in prima persona. Siamo nel tempio di Gerusalemme e Paolo sta per essere linciato dai suoi antichi correligionari. Ma il comandante della coorte romana di stanza in quell'area lo sottrae alla folla e lo conduce nella fortezza Antonia, ove gli concede di arringare il popolo che continua a pressarlo. In ebraico Paolo racconta autobiograficamente la vicenda della via di Damasco, ricalcando il primo testo degli Atti. Egli, però, sottolinea ora che i suoi compagni di viaggio «videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava», a differenza del primo racconto («sentivano la voce, ma non vedevano nessuno » 9, 7). Si tratta, quindi, di un'esperienza che ha qualche eco esterna, ma che rimane profondamente personale e interiore. Ci sono stati, perciò, alcuni critici che hanno parlato in modo "razionalistico" di allucinazione. In realtà, la menzione esplicita dei personaggi coinvolti (anche con nomi propri, come Giuda che ospita Paolo a Damasco nella sua casa sulla "via Diritta" o come il citato Anania) attesta il realismo di un evento personale che è confermato, come si diceva, anche da una terza testimonianza. Essa è presente in Atti 26, 12-23. Ora l'Apostolo è agli arresti presso il governatore romano Festo nella città di Cesarea Marittima, la residenza degli alti funzionari imperiali in Palestina (si ricordi che qui si svolgerà anche la vicenda del centurione Cornelio, descritta nel capitolo 10). In visita ufficiale in quella città costiera si presenta la coppia principesca di Agrip-pa II, discendente del re Erode, e di sua sorella Berenice che era anche la sua compagna incestuosa. Ebbene, Paolo davanti a loro – in attesa di essere trasferito a Roma per il processo d'appello da lui richiesto come cittadino romano – ripete la storia della sua conversione al cristianesimo. La sostanza dell'evento è sempre la stessa, ma appaiono anche alcune variazioni e novità. Così, non entra più in scena Anania; a terra cadono pure i compagni di viaggio e non solo Paolo; curiosamente Cristo cita un proverbio greco, attestato anche dagli scrittori Euripide e Pindaro, che è però detto dalla voce divina in ebraico: «Duro è per te recalcitrare contro il pungolo»(26,14). L'immagine è forte e vivace ed è desunta dal mondo agricolo: il contadino stimola l'animale da soma con un bastone chiodato in punta. Si tratta, quindi, di un modo pittoresco per esaltare il primato della grazia divina nell'esperienza della conversione. Dopo tutto lo stesso Apostolo, scrivendo ai Romani, citava con passione una frase divina presente nel libro di Isaia: «Io – dice il Signore – mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano; ho risposto anche a quelli che non mi invocavano» (10, 20). Ma le parole di Cristo, in questo racconto, vanno oltre e delineano la futura missione dell'Apostolo, "ministro e testimone", quella di «aprire gli occhi [ a ebrei e pagani, proprio come era accaduto allo stesso Paolo] perché passino dalle tenebre alla luce, dal potere di Satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l'eredità" della salvezza (26,18). Sono queste le ultime parole di Cristo presenti nell'intera opera lucana,un mirabile suggello alla storia di un convertito, che per tutta la sua vita e con tutta la sua stessa esistenza ripeterà le prime parole di Gesù citate dai Vangeli: «Convertitevi e credete!» (Marco 1,15). L'elemento unificante è la luce folgorante che scaraventa a terra il convertito. Di cavalli, invece, non si parla Un capolavoro a Milano. La grande pala con la «Conversione di Saulo» di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio conservata nella collezione romana dei principi Odescalchi in mostra Palazzo Marino dal 16 novembre al 14 dicembre 2008

     

    November 02

    defunti...

    XXXI Domenica
    Sapienza 3, 1-9; Apocalisse 21, 1-5.6-7; Matteo 5, 1-12

    La festa di Tutti i Santi e la commemorazione dei fedeli defunti hanno una cosa in comune e per questo sono poste l'una di seguito all'altra. Anche il brano evangelico è lo stesso ed è la pagina delle beatitudini. Ambedue le ricorrenze ci parlano dell'aldilà. Se non credessimo in una vita dopo la morte, sarebbe vano celebrare la festa dei Santi e ancora più vano recarci al cimitero. Chi andremmo a visitare e perché accendiamo una candela o portiamo un fiore?

    Tutto dunque in questo giorno ci invita a una riflessione sapienziale: "Insegnaci a contare i nostri giorni –dice un salmo – e giungeremo alla sapienza del cuore". "Si sta come d'autunno sull'albero le foglie" (G. Ungaretti). L'albero a primavera torna a fiorire, ma con altre foglie; anche il mondo continuerà dopo di noi, ma con altri abitanti. Le foglie non hanno una seconda vita, marciscono dove cadono. È così anche di noi? Qui l'analogia qui si interrompe. Gesù ha promesso: "Io sono la risurrezione e la vita, chi vive e crede in me anche se muore, vivrà". È la grande sfida della fede, non solo dei cristiani, ma anche degli ebrei e degli islamici, di tutti coloro che credono in un Dio personale.

    Quelli che hanno visto il film Dottor Zivago ricordano la celebre canzone di Lara che fa da colonna sonora. Nella versione italiana essa dice: "Dove non so, ma un posto ci sara' da dove noi non torneremo mai...". La canzone esprime bene il senso del celebre romanzo di Pasternac da cui è tratto il film: due innamorati che si incontrano, si cercano, ma che la sorte (siamo all'epoca tempestosa della rivoluzione bolscevica) ogni volta crudelmente separa, fino alla scena finale in cui le loro strade tornano a incrociarsi, senza però riconoscersi.

    Ogni volta che mi capita di ascoltare le note di quella canzone, la mia fede mi fa quasi gridare tra me: Sì un posto c'è da dove noi non torneremo –e non vorremo tornare – mai. Gesù è andato a prepararcelo, ci ha aperto la via con la sua risurrezione e ci ha indicato la strada per seguirlo con la pagina delle beatitudini. Un posto in cui il tempo si fermerà su di noi per cedere il passo all'eternità; dove l'amore sarà pieno e totale. Non solo l'amore di Dio e per Dio, ma anche ogni amore onesto e santo vissuto sulla terra.

    La fede non esenta i credenti dall'angoscia di dover morire, essa però la tempera con la speranza. Il prefazio della Messa di domani dice: "Se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la speranza dell'immortalità futura". A questo proposito c'è una testimonianza sconvolgente situata anch'essa in Russia. Nel 1972 su una rivista clandestina fu pubblicato un testo. Si tratta di una preghiera trovata nel taschino della giubba del soldato Aleksander Zacepa, composta pochi istanti prima della battaglia in cui perse la vita nella seconda guerra mondiale. Dice:

    Ascolta, o Dio! Non una volta nella mia vita ho parlato con te, ma oggi mi vien voglia di farti festa.
    Sai, fin da piccolo mi hanno sempre detto che non esisti... io stupido ci ho creduto.
    Non ho mai contemplato le tue opere,
    ma questa notte ho guardato dal cratere di una granata al cielo di stelle sopra di me
    e affascinato dal loro scintillare,
    ad un tratto ho capito come possa esser terribile l'inganno... Non so, o Dio, se mi darai la tua mano,
    ma io ti dico e tu mi capisci...
    Non è strano che in mezzo a uno spaventoso inferno mi sia apparsa la luce e io abbia scorto te?
    Oltre a questo non ho nulla da dirti. Sono felice solo perché ti ho conosciuto. A mezzanotte dobbiamo attaccare,
    ma non ho paura, tu guardi a noi.
    E il segnale! Me ne devo andare. Si stava bene con te. Voglio ancora dirti, e tu lo sai, che la battaglia sarà dura: può darsi che questa notte stessa venga a bussare da te. E anche se finora non Sono stato tuo amico,
    quando verrò, mi permetterai di entrare?
    Ma che succede, piango?
    Dio mio, tu vedi quello che mi è capitato, soltanto ora ho incominciato a veder chiaro... Salve, mio Dio, vado... difficilmente tornerò. Che strano, ora la morte non mi fa paura.
    (Edito in di V. Cattana, Le più belle preghiere del mondo, Mondadori 2006, p. 188).

    August 31

    ordinazione

     

    Ordinazione presbiterale Domenica 14 settembre 2008 Festa dell’Esaltazione della Santa Croce

     

     

     

     

    BASILICA Cattedrale di Massa, ore 17.30

    Per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di S.E. Rev.ma Mons. ALBERTO SILVANI, vescovo di Voltera 

     

    verrò ordinato sacerdote!!!

    Pregate per me affinchè possa compiersi in me l'opera che Lui ha iniziato!!!

    August 15

    Fede...

    XX Domenica del tempo ordinario Isaia 56, 1.6-7; Romani 11, 13-15.29-32; Matteo 15, 21-28 Una donna Cananea si mise a gridare Se Gesù avesse ascoltata la donna Cananea alla prima richiesta, tutto quello che essa avrebbe conseguito sarebbe stata la liberazione della figlia. La vita sarebbe trascorsa con qualche fastidio in meno. Ma tutto sarebbe finito lì e alla fine madre e figlia sarebbero morte senza lasciare traccia di sé. Invece così la sua fede è cresciuta, si è purificata, fino a strappare a Gesù quel grido finale di entusiasmo: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri!" Da quell'istante, nota il Vangelo, sua figlia fu guarita. Ma cosa è avvenuto nel frattempo? Un altro miracolo, ben più grande della guarigione della figlia. Quella donna è diventata una "credente", una delle prime credenti provenienti dal paganesimo. Una pioniera della fede cristiana. Una nostra antenata. Quante cose ci insegna questa semplice storia evangelica! Una delle cause più profonde di sofferenza per un credente sono le preghiere non ascoltate. Abbiamo pregato per una certa cosa, per settimane, mesi e forse anni. Ma niente. Dio sembrava sordo. La donna Cananea è lì, elevata per sempre al ruolo di istitutrice e maestra di perseveranza nella preghiera. Chi si fosse trovato a osservare il comportamento e le parole di Gesù verso quella povera donna desolata, non avrebbe potuto fare a meno di vedervi insensibilità e durezza di cuore. Come si fa a trattare così una madre afflitta? Ma ora sappiamo cosa c'era nel cuore di Gesù che lo faceva agire in quel modo. Egli soffriva nell'opporre i suoi rifiuti, trepidava davanti al rischio che ella si stancasse e desistesse. Sapeva che l'arco, troppo teso, avrebbe potuto spezzarsi. C'è infatti anche per Dio l'incognita della libertà umana che fa nascere in lui la speranza. Gesù ha sperato, per questo si mostra alla fine così pieno di gioia. È come se avessero vinto in due. Dio, dunque, ascolta anche quando...non ascolta. E il suo non ascoltare è già un soccorrere. Ritardando nell'esaudire, Dio fa sì che il nostro desiderio cresca, che l'oggetto della nostra preghiera si elevi; che dalle cose materiali passiamo a quelle spirituali, dalle cose temporali a quelle eterne, dalle cose piccole passiamo a quelle grandi. In tal modo egli può darci molto di più di quanto inizialmente eravamo venuti a chiedergli. Spesso, quando ci mettiamo in preghiera, noi somigliamo a quel contadino di cui parla un antico autore spirituale. Egli ha ricevuto la notizia che il re in persona lo riceverà. È l'occasione della vita: potrà esporgli a viva voce la sua petizione, chiedere la cosa che vuole, sicuro che gli verrà concessa. Arriva il giorno fissato, il buon uomo, emozionatissimo, entra alla presenza del re, e che cosa chiede? Un quintale di letame per i suoi campi! Era il massimo a cui era riuscito a pensare. Noi, dicevo, ci comportiamo a volte con Dio alla stessa maniera. Quello che gli chiediamo, in confronto a quello che potremmo chiedergli, è solo un quintale di concime, cose piccole, che servono per poco, che anzi a volte potrebbero perfino ritorcersi a nostro danno. Un grande ammiratore della Cananea era Sant'Agostino. Quella donna gli ricordava sua madre Monica. Anche lei aveva inseguito il Signore per anni, piangendo e chiedendogli la conversione del figlio. Non si era lasciata scoraggiare da nessun rifiuto. Aveva inseguito il figlio fino in Italia e a Milano, fino a che lo vide tornato al Signore. In uno dei suoi discorsi egli ricorda le parole di Cristo: "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto" e conclude dicendo: "Così fece la Cananea: chiese, cercò, bussò alla porta e ricevette. Facciamo anche noi lo stesso e anche a noi sarà aperto.

     

    Commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. - predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima, XIX del tempo ordinario.

    June 10

    Cristo e la storia


    BENEDETTO XVI: "LA RESURREZIONE DI CRISTO E' LA PIU' GRANDE MUTAZIONE DELLA STORIA"

    "Gesù Cristo risorto dai morti è veramente il fondamento indefettibile della nostra fede e della nostra speranza: lo è fin dal tempo degli apostoli, che sono stati testimoni diretti della Resurrezione e suoi annunciatori, lo è oggi e lo sarà sempre". A ribadirlo stato questa sera il Papa, che aprendo il Convegno annuale della diocesi di Roma, nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, ha ripetuto quanto affermato durante il
    Convegno ecclesiale nazionale di Verona, nell'ottobre del 2006: "La Resurrezione di Cristo è un fatto, un avvenimento della storia, di cui gli apostoli sono stati testimoni, non certo creatori. Non è affatto un semplice ritorno alla vita terrena, ma è la più grande mutazione mai accaduta nella storia, un salto decisivo vero una dimensione di vita profondamente nuova, l'ingresso in un ordine diverso che riguarda Gesù, ma riguarda anche noi: tutta la famiglia umana, la storia e l'intero universo". Solo alla luce di questa speranza, per il Santo Padre, "possiamo comprendere la vera dimensione della fede cristiana, come speranza che ci sorregge e ci trasforma, liberandoci dagli equivoci e dalle false alternative che restringono ed indeboliscono la nostra speranza".
    Una speranza, dunque, "personale" e "comunitaria, per la Chiesa e l'intera famiglia umana": "è essenziale anche la speranza per gli altri, solo così è speranza anche per me".

    June 03

    Infinito

    L’infinito nel finito

    Gesù di Nazareth e Maria “nei limiti della storia”

    “Ogni persona ha bisogno di un centro della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicendarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità. Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo”. È ancora una volta un’immagine che ci svela il senso della riflessione di Papa Benedetto ai fedeli, convenuti in piazza San Pietro per la recita della preghiera mariana dell’Angelus, nella prima domenica del mese di giugno. Mese tradizionalmente dedicato al cuore di Cristo, ricorda il Papa, simbolo della fede cristiana particolarmente caro sia al popolo, sia ai mistici e ai teologi, perché esprime in modo semplice e autentico la buona novella dell’amore. Ancora un’immagine: “Dall’orizzonte infinito del suo amore, infatti, Dio ha voluto entrare nei limiti della storia e della condizione umana, ha preso un corpo e un cuore; così che noi possiamo contemplare e incontrare l’infinito nel finito, il mistero invisibile e ineffabile nel cuore umano di Gesù, il Nazareno”. Ma la liturgia, ricorda ancora il Papa, ci porta a ricordare non solo il cuore di Gesù ma anche quello immacolato di Maria: proprio sabato, in piazza San Pietro, se ne è fatta memoria nella festa della Visitazione. Così è a Maria che Papa Benedetto affida ancora una volta le vittime delle catastrofi naturali in Cina, il terremoto, e in Myanmar, il ciclone Nargis. Proprio venerdì scorso il Papa aveva ricevuto in Vaticano i vescovi dell’ex Birmania per la loro quinquennale visita ad limina. E a loro aveva detto che la Chiesa nel Paese è conosciuta e ammirata per la sua solidarietà con i poveri e i bisognosi; un impegno particolarmente evidente in questi giorni del dopo ciclone. Impegno che il vescovo di Pathrin, monsignor John Hsane Hgyi, ribadiva mettendo in risalto che tutto il Paese, tutte le religioni si sono unite. Sono diventate una cosa sola concentrandosi sulle vittime del ciclone e sugli aiuti. È, dunque, alla materna intercessione di Maria che il Papa affida ancora una volta le popolazioni della Cina e del Myanmar colpite dalle calamità naturali, e quanti attraversano le tante situazioni di dolore, di malattia e di miseria materiale e spirituale che segnano il cammino dell’umanità. E come non riandare con la mente alla sera del 31 in piazza San Pietro, rosario a conclusione del mese di maggio, voluto dalla diocesi di Roma, c’era il cardinale vicario Camillo Ruini, presente il Papa. Proprio Benedetto XVI ha affermato che “a distanza di secoli e millenni, il Magnificat resta la più vera e profonda interpretazione della storia, mentre le letture fatte da tanti sapienti di questo mondo sono state smentite dai fatti nel corso dei secoli”. In un mondo nel quale “contano altre persone e pesano altri poteri”, a vedere la verità è “una sconosciuta fanciulla di uno sperduto villaggio della Galilea”, ha ricordato Papa Ratzinger. “Il suo cuore è limpido, totalmente aperto alle luce di Dio; la sua anima è senza peccato, non appesantita dall’orgoglio e dall’egoismo”. Il Rosario, quando non è meccanica ripetizione di formule tradizionali, ha affermato ancora il Papa, è una meditazione biblica che ci fa ripercorrere gli eventi della vita del Signore in compagnia della Beata Vergine, conservandoli, come Lei, nel nostro cuore. La fede ha fatto vedere a Maria l’opera di Dio nella storia; le ha fatto vedere “che i troni dei potenti di questo mondo sono tutti provvisori, mentre il trono di Dio è l’unica roccia che non muta e non cade”. Nel terminare la sua riflessione, davanti a moltissimi fedeli, le candele accese, Benedetto XVI ha chiesto loro di portare nelle comunità, nelle case, “i medesimi sentimenti di lode e di ringraziamento di Maria verso il Signore, la sua fede e la sua speranza, il suo docile abbandono nelle mani della Provvidenza divina. Imitiamo – ha detto ancora il Papa – il suo esempio di disponibilità e generosità nel servire i fratelli. Solo, infatti, accogliendo l’amore di Dio e facendo della nostra esistenza un servizio disinteressato e generoso al prossimo, potremo elevare con gioia un canto di lode al Signore”.

    Fabio Zavattaro

    June 01

    rosario

    SI È CONCLUSO SENZA CLAMORI IL MESE DEDICATO A MARIA

    Voglia nuova del Rosario. Dentro il respiro di Dio


    MARINA CORRADI

    Un amico racconta di sua nonna e del suo andare, nelle sere di maggio, a dire il Rosario in cortile con le vicine, dieci donne sedute su una fila di sedie davanti alla cucina.
    «Quanto tempo fa ?», domandi tu, immaginando un ricordo vecchio di lustri. Ma no, risponde l’amico, il Rosario mia nonna lo dice nel cortile della sua casa a Lambrate, in queste sere di maggio. Lambrate è quella periferia di Milano sotto la verticale degli aerei che decollano da Linate.
    Ogni tre minuti sopra la testa la prua di un jet che si alza rombando. Accanto, le sei corsie della Tangenziale gonfie di traffico incolonnato; sotto, le acque livide del Lambro. Quel quartiere, a vederlo, sembra l’icona grigia di una modernità senza memoria. E che invece – ancora, o di nuovo – ci si dica il Rosario nei cortili, ti stupisce.
    È finito ieri maggio, e, al di là della celebrazione
    del Papa a San Pietro, sui giornali di mese mariano non hai letto.

    Eppure, tuttavia, bastava entrare in una chiesa qualunque d’Italia in questi giorni per trovare la sera decine e decine di persone che recitavano l’Ave Maria. Oppure sgranavano quell’antica catena a casa loro, e nei conventi, negli ospedali, a bassa voce, con parole da secoli uguali. Il Rosario continua a essere detto, pianamente, senza clamore, da una massa non piccola, ma mediaticamente invisibile.

    I dotti, gli intellettuali guardano con educato compatimento a chi è fedele alla preghiera più umile, a quel ripetere semplice e monotono. Già al pregare, di questi tempi, si guarda come a qualcosa di infantile – non è da uomini moderni inginocchiarsi, e domandare. Ma, poi, la preghiera delle donne e dei vecchi, quel ridire le stesse parole in una cadenza regolare scorrendo lenta fra le mani la corona, pare a molti un gesto desueto in giorni in cui le nostre dita fanno agilmente zapping, mandano sms, digitano email. («Il Rosario – scrisse Romano Guardini appartiene al popolo credente come il lavoro e il pane, ma appena l’uomo cade nell’inquietudine del ragionamento o della vita moderna, ne perde l’abitudine»).

    E però l’abitudine non è perduta.
    Vive e si trasmette ancora, e non a pochi, benché sia pubblicamente 'invisibile'. È un filo tenace quasi la corona cui per secoli le nostre donne si sono aggrappate come a una fune per non precipitare – quando il marito era al fronte, quando un figlio era malato. Molti di noi ricordano ancora queste donne col Rosario in mano, simbolo di un affetto silenzioso e paziente, senza bisogno di troppe ragioni o parole.

    Come aderendo, nella preghiera a quella donna in cui Cristo si fece carne – a quella donna fattasi terra perché Dio si facesse uomo – a un modello diverso dal principio maschile che ci domina: diverso da quel 'fare, produrre, pianificare il mondo e semmai fabbricarlo da sé, senza dover niente a nessuno', come ha scritto Joseph Ratzinger.

    A cosa serve, sorridono i sapienti, quel mormorare parole neanche proprie, neanche 'spontanee', ma ricalcare invece i Misteri della vita di Cristo e l’Ave Maria, e invocare 'Regina della Pace', e 'Stella del mattino', in una litania che all’estraneo sembra una automatica nenia?
    Non sanno, i dotti, ciò che è chiaro se ascolti i pellegrini a Lourdes, o i poveri che dicono il Rosario in una notte africana assediata da una guerra civile: quelle parole antiche sono insieme invocazione, contemplazione, speranza. Sono un restare, un riposare dentro il respiro di Dio. Come essere presi in braccio, bambini, dalla madre.
    Stanchi, trovare misericordia. E poi abbracciati, confortati, riprendere a camminare.

    © Copyright Avvenire, 1° giugno 2008
    May 31

    liturgia

    Riflessione del cardinale Francis Arinze

    Nella liturgia si celebra la meraviglia della misericordia di Dio


    La Sacra Liturgia celebra la Divina Misericordia: questo il tema al centro della riflessione proposta all'ultimo Congresso Mondiale sulla Divina Misericordia dal cardinale Francis Arinze. Di seguito ne pubblichiamo ampi stralci.

    di Francis Arinze
    Cardinale, Prefetto della Congregazione
    per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

    Il mistero profondo e confortante della misericordia di Dio permea il culto pubblico della Chiesa. La liturgia celebra, pagina dopo pagina, le meraviglie dell'amore divino che si rivela in particolare come misericordia. Si può perfino affermare che la storia della salvezza è la storia della manifestazione della misericordia amorevole di Dio. (...) Dopo il peccato originale, quando l'uomo disobbedì a Dio e perse la sua amicizia, Dio non lo abban donò al potere della morte. Ancora una volta gli offrì un'alleanza e attraverso i profeti gli insegnò a sperare nella salvezza (cfr Missale Romano: Preghiera Eucaristica iv). (...) Dio ha così tanto amato il mondo da dare, nella pienezza dei tempi, "il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (Giovanni 3, 16). "Dio ricco di misericordia", dice san Paolo agli Efesini "per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere in Cristo" (Efesini 2, 4-5).
    Il Servo di Dio, Papa Giovanni Paolo ii, è stato un grande apostolo della misericordia divina. Nel 1980, all'inizio del suo pontificato, ha donato alla Chiesa e al mondo l'Enciclica
    Dives in Misericordia. Ha beatificato e canonizzato santa Faustina Kowalska, l'anima scelta da Cristo per diffondere la devozione al suo grande mistero. Durante il Grande Giubileo del 2000 Papa Giovanni Paolo ii ha creato una nuova parrocchia a Roma dal suggestivo titolo di Dio Padre Misericordioso, per riassumere in poche parole il significato di quello straordinario evento spirituale. Riferendosi a Papa Giovanni Paolo ii, il 15 aprile 2007, domenica della Misericordia, Papa Benedetto xvi ha affermato felicemente: "Nella parola "misericordia" egli trovava riassunto e nuovamente interpretato per il nostro tempo l'intero mistero della Redenzione" (Omelia del 15 aprile 2007, L'Osservatore Romano, 17-18 aprile 2007, p. 10).

    La liturgia tramite della misericordia divina

    È in particolare mediante la sacra liturgia che veniamo in contatto con la misericordia divina. Gesù Cristo, manifestazione dell'amore salvifico e misericordioso di Dio per tutta l'umanità, unico e solo mediatore fra Dio e l'uomo (cfr 1 Timoteo 2, 5), ha compiuto l'opera della nostra redenzione. Ha reso perfetta gloria a Dio. Ha istituito la sua Chiesa e le ha affidato la predicazione del suo Vangelo e la celebrazione dei suoi misteri salvifici. Gesù è sempre presente nella Chiesa, in particolare nelle sue celebrazioni liturgiche. È presente nell'assemblea liturgica orante. È presente nella parola di Dio proclamata nella liturgia. È presente nei sacramenti per mezzo della sua forza. È presente nel sacrificio della Messa non solo nella persona del celebrante, ma soprattutto nelle specie eucaristiche. Nella sacra liturgia, quindi, il culto pubblico viene esercitato dal corpo mistico di Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra (cfr
    Sacrosanctum Concilium, n. 7).
    La liturgia è il canale principale attraverso il quale riceviamo la misericordia e la grazia di Dio. "Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dalla eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa" (
    Sacrosanctum Concilium, n. 10). È nella liturgia che Dio ci nutre con la sua Parola, il suo perdono, la sua misericordia e la sua vita.
    Nella sacra liturgia, ogni momento è sacro. Ogni momento appartiene a Dio, ma la settimana in cui la Chiesa celebra l'evento centrale della nostra redenzione è sacra in modo particolare. La chiamiamo Settimana Santa. È la settimana in cui la Chiesa celebra il mistero pasquale della passione di Cristo, la sua morte, la sua resurrezione dai morti e la sua gloriosa ascensione, laddove "morendo, ha sconfitto la nostra morte e, risuscitando, ha ripristinato la nostra vita" (cfr Messale Romano, Praefatio pasquale i).
    È il culmine della manifestazione dell'amore e della misericordia di Dio. "Dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa" (Sacrosanctum Concilium, n. 5). La nuova alleanza è suggellata nel Sangue di Cristo.
    Nel Battesimo siamo inseriti nel mistero della misericordia di Dio. Lo celebriamo nei Sacramenti, in particolare nella Santa Eucaristia. Celebriamo e lodiamo la misericordia amorevole di Dio nella Liturgia delle Ore o preghiere della Chiesa per le varie ore del giorno.
    Ciò spiega perché il crocefisso occupa un posto centrale nelle chiese, sugli altari e in altri luoghi di culto pubblico della Chiesa. Dalla Croce del Signore scaturiscono i Sacramenti del mistero pasquale (cfr
    Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1182). Gesù che soffre e muore sulla Croce è una manifestazione visibile e potente della misericordia amorevole di Dio per tutta l'umanità. Dio "non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi" (Romani 8, 32).

    La misericordia divina e i sacramenti

    Sebbene in queste riflessioni si siano menzionati i sette sacramenti quali doni della misericordia di Dio, è ora necessario esaminare ognuno di essi. Sono sacramenti di redenzione (cfr Messale Romano: Messa Votiva della Divina Misericordia, Offertorio). Sono le maggiori correnti attraverso le quali sono giunte a noi le grazie che il nostro Redentore ha procurato per noi. Sono sacramenti di fede perché non solo la presuppongono, ma con parole e oggetti la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono (cfr Sacrosanctum Concilium, n. 59; Catechismo della Chiesa Cattolica, 1123).
    Il Battesimo immerge le persone nel mistero pasquale di Cristo: esse muoiono con Cristo, vengono sepolte con lui e risorgono con lui. Ricevono lo spirito di adozione di figli di Dio per mezzo del quale gridano Abbà, Padre. Vengono anche incorporate nella Chiesa come suoi membri e acquisiscono la capacità di partecipare al culto cristiano. San Pietro parla loro della dignità che possiedono e della misericordia che Dio ha mostrato loro: "Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1 Pietro 2, 9).
    Nella Confermazione i cristiani ricevono lo Spirito Santo come pienezza del Battesimo e perfezionamento della loro grazia battesimale. Divengono più perfettamente legati alla Chiesa e vengono arricchiti dalla forza speciale dello Spirito Santo. Come autentici testimoni di Cristo, "sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l'opera" (Lumen gentium, n. 11; Catechismo della Chiesa Cattolica, 1285).
    Il sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, è l'offerta di Cristo, Corpo e Anima, a Dio Padre nell'adorazione, nel rendimento di grazie, nell'espiazione e nella supplica per la misericordia e la grazia. "Questo è il mio sangue dell'alleanza" afferma Gesù "versato per molti, in remissione dei peccati" (Matteo 26, 28). Il fatto che Gesù ci nutre con il proprio corpo e resta con noi nel tabernacolo è segno del suo amore e della sua misericordia.
    Il Sacramento della Penitenza ci offre il perdono e la misericordia di Dio per le offese fatte a lui. Al contempo, i peccatori si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita con il peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, con l'esempio e con la preghiera (
    Lumen gentium, n. 11). Gesù ha già affermato: "Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori" (Marco 2, 17; cfr 1 Timoteo 1, 15). "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito" (Luca 15, 7). Gesù ha scioccato le autorità religiose di Israele identificando il proprio atteggiamento misericordioso verso i peccatori con l'atteggiamento di Dio verso di loro (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n. 589). La Parabola del Figliol Prodigo, meglio detta del Padre Misericordioso, mostra il processo di conversione e di pentimento e la profondità della misericordia e dell'amore di Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1439). Di certo, il Sacramento della Penitenza richiede conversione e pentimento come prerequisiti per la misericordia di Dio: "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa" (1 Giovanni 1, 8-9).
    Nel sacramento dell'Unzione degli Infermi, la Chiesa raccomanda i malati al Signore sofferente e glorificante e li esorta a unirsi alla passione e alla morte di Cristo. I fedeli consacrati dal sacramento dei Santi Ordini vengono nominati ad amministrare l'amore e la misericordia divini al popolo di Dio con le parole e con le azioni.
    Gli sposi cristiani, con il sacramento del Matrimonio, ricevono la grazia di aiutarsi a conseguire la santità e a educare i propri figli nel timore reverenziale di Dio.
    Quindi ognuno dei sette sacramenti è, a suo modo, uno strumento potente nell'opera della salvezza, nell'amore e nella misericordia di Dio e nella chiamata a essere perfetti come è perfetto il nostro Padre celeste (cfr Matteo 5, 48). Che la Beatissima Vergine Maria, Madre di Misericordia, ottenga per noi la grazia di celebrare, amare e vivere le ricchezze della Divina Misericordia così come è espressa nel culto pubblico della Chiesa.

    (©L'Osservatore Romano - 31 maggio 2008)
    May 27

    dalla prolusione del 26 maggio

    ...Parlavamo di giovani, e non possiamo non fare un cenno ai nostri Sacerdoti, molti dei quali sono proprio a fianco dei giovani per aiutarli nelle dinamiche della crescita e della maturazione. Parlo sempre volentieri di loro, perché tra noi e loro esiste un legame certamente affettivo, ma innanzitutto sacramentale, che a titolo unico li rende participi della nostra missione pastorale. Lo scorso giovedì santo, Papa Benedetto, commentando il libro del Deuteronomio al capitolo 18, dove si descrive l’essenza del sacerdozio vetero-testamentario – astare coram te et tibi ministrare – aggiungeva che oggi il Sacerdote deve «tener sveglio il mondo per Dio. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno per il bene. Lo stare davanti al Signore deve essere sempre, nel più profondo, anche un farsi carico degli uomini presso il Signore che, a sua volta, si fa carico di tutti noi presso il Padre» (Omelia della Messa del Crisma, 20 marzo 2008). Ecco come ci piace pensare ai nostri Sacerdoti: compiono un servizio unico per Dio e per ciò stesso compiono un servizio ineguagliabile per i loro fratelli. Impavidi e disposti a portare le prove che il servizio al Signore e alla Chiesa comporta, perché partecipi del culto che Cristo ha reso al Padre: donarsi fino alla fine (cfr. ibidem.). Donarsi in primo luogo ai giovani, ma donarsi a tutti coloro ai quali la Chiesa li invia, anzi a tutti coloro che incontrano. Sappiamo che il lavoro pastorale non è un giogo leggero (cfr. Mt 11,30), non è un’occupazione a tempo, per determinate ore, o solo in determinate condizioni: impegna sempre, anche quando si è al cospetto di Dio e ovunque, quale che sia il campo della missione. Sui nostri Sacerdoti ricade, oltre al lavoro ordinario, anche lo sforzo di rinnovamento della pastorale. Sono al crocevia di impegni e progetti, rispetto ai quali faranno bene a cercare ogni opportuna collaborazione che esplichi la partecipazione anche dei laici alla missione della Chiesa, ai compiti della parrocchia (cfr. Lumen Gentium, nn. 30-39; Apostolica Actuositatem, n. 10). Diceva provocatoriamente un osservatore di cose politiche, riferendosi ad uno dei tanti disagi sociali che affliggono il Paese: «A parlare col popolo sono rimasti solo i parroci». E la frase fu portata anche nel titolo, perché forse bruciasse di più. Più realisticamente, noi pensiamo che i nostri preti, grazie ad una solida e continua formazione, “si perdono” nella comunità per sostenerla e risollevarla. A loro, dunque la nostra gratitudine.

    Angelo Card. Bagnasco

    May 23

    interessante

    IL CASO. Dalle origini ai nostri giorni: un saggio studia lo sviluppo dell’abbigliamento adottato durante le varie funzioni religiose

    Anche la liturgia ha il suo «look»

    Alle origini il vestiario previsto nelle funzioni sacre era di tipo ordinario, ma non erano ammessi gli abiti da lavoro e militari

    DI MICHELE DOLZ

    Tutti, credo, andando a messa, ci saremo domandati qualche volta perché il sacerdote indossa quelle singolari vesti. Ma temo che ben pochi nei decenni postconciliari avranno trovato risposte chiare. È un tema che è mancato nella catechesi, forse anche perché ha abbondato la confusione, la sperimentazione, la sciatteria.

    E allora è logica la domanda comune: ' Ma perché il sacerdote non può celebrare in giacca e cravatta? O forse con una bella polo, se fa caldo?'.
    Curiosamente questa domanda contiene la risposta. Sì, perché in ogni caso s’immagina il celebrante abbigliato in modo acconcio all’azione altissima che sta compiendo.
    Una risposta esauriente viene dal libro di Sara Piccolo Paci, esperta di storia del costume, uscito in questi giorni col titolo
    Storia delle vesti liturgiche (Ancora, 440 pagine, 68 euro).

    Ci mancava proprio uno strumento del genere, coltissima disamina storica, antropologica e culturale della questione, ma lettura alla portata di tutti. In queste pagine si ricorda, o si apprende, che nei primi secoli, in effetti, le vesti liturgiche erano indumenti ordinari, in linea con quella visione tutta interiore e trasformante e tutta ecclesiale della nuova fede, e parallelamente alla forte preoccupazione di non assimilare la liturgia pasquale a quella pagana tradizione né ai culti misterici. Eppure, si escludevano decisamente gli abiti di lavoro e quelli militari e si voleva che gli abiti fossero puliti, ben confezionati, possibilmente migliori di altri.
    In alcuni casi si preferirono stoffe preziose e ornate.
    Importante mi sembra, più che la ricchezza o la povertà, il fatto che la Chiesa non ' inventò' un particolare abbigliamento sacerdotale e celebrativo.
    Sant’Agostino, com’è noto, fu strenuo difensore della semplicità delle vesti, così come il contemporaneo papa Celestino I.
    Ma tra il V e il VII secolo, a seguito delle invasioni barbariche, cambia il costume e nella liturgia si produce la prima reazione conservatrice o, meglio, si applica alla celebrazione il portante concetto di traditio. È curioso e interessante che nel Concilio di Nicea II (787), tutto incentrato sulla difesa delle immagini proprio come traditio, si respingano gli usi orientali di lusso e profumi invalsi tra il clero. E da allora in avanti si andrà verso una progressiva codificazione delle vesti liturgiche: dal XII secolo si perfeziona il canone dei colori, e tra i concili di Trento e Vaticano II fioriscono le Torniamo alla nostra messa. La casula, oggi di forme ampie e leggere, che il celebrante indossa, era indumento comune nel mondo greco­romano come sopraveste per i viaggi e per proteggersi dal freddo e dalla pioggia. Come veste liturgica è già citata da Sulpicio Severo ( IV- V secolo) e la troviamo nei mosaici ravennati indosso a santi sacerdoti e vescovi.

    Col tempo ha modificato la propria forma, soprattutto a partire dal XVI secolo quando si ridusse a quella forma rattrappita a violino o chitarra, spesso molto ricamata nella parte posteriore esposta ai fedeli. Le varie istanze di recupero della dignità liturgica, nate con XX secolo all’insegna della sobrietà e l’austerità, sfociarono dopo l’ultimo concilio nella forma oggi comune.

    Sotto la casula il celebrante indossa il camice o alba, sottoveste assolutamente comune nell’antichità: il chitone senza maniche o il colobium manicato, generalmente di lino. Benché indossata da sempre, perché sarebbe come dire ' la camicia', ne troviamo un uso propriamente liturgico a partire dall’VIII secolo. I dipinti antichi sono testimonianze più che chiare dell’evoluzione sartoriale di tale indumento. Chi non ricorda le piegoline fittissime del camice in certi dipinti rinascimentali? Anche l’alba vide una sua trasformazione quando l’arrivo di filature pregiate e di pizzi sostituì le più sobrie applicazioni di tessuto o di ricami.
    Più oscura la storia dell’amitto, portato sotto o sopra il camice a
    Sant’Agostino difese la semplicità del vestire. Fu dopo leninvasioni barbariche che cambiò il costume liturgico seconda dei riti. Per qualcuno deriva dall’ephod ebraico, per altri dall’amictus romano che copriva il capo dei sacerdoti nei sacrifici, per altri ancora dal sudarium per la detersione del sudore. Tuttavia non va dimenticato che, spesso dai tempi patristici, ognuno di questi capi ha acquisito un valore simbolico, e per l’amitto ( che per qualche tempo si poneva sulla testa) è prevalsa quella della galeam salutis contro gli assalti delle tentazioni. Così come l’alba richiama la purezza e la novità di vita, e la casula la carità e l’innocenza.
    E il libro va avanti di questo passo nello studio di ogni capo: il cingolo, la dalmatica, la tunicella, il piviale, la mitria, i calzari, l’anello, ecc.
    L’approfondimento è poliedrico, dalla comunicazione attraverso il corpo alla legislazione vigente.

    Una serietà che credo giovi in questo momento, quando Benedetto XVI invoca nuovo rigore nella celebrazione liturgica.
    May 18

    il Papa a Genova...

    «Essere giovani significa aver scoperto le cose che non passano col passare veloce degli anni. Se un giovane scopre i valori veri e grandi, allora non invecchia mai, anche se il corpo segue le sue leggi. Resta giovane sempre nel cuore e irradia giovinezza, cioè bontà. Sì, perché la bontà sfugge alla presa del tempo. Per questo possiamo dire che solamente chi è buono e generoso è veramente giovane. Vi auguro di essere giovani, non alla moda: le mode si bruciano in un baleno, in una rincorsa frenetica e stordita; la giovinezza invece – quella della bontà – resta per sempre. Anzi, sarà perfetta e splendente in Cielo con Dio. E’ bello essere giovani. Oggi tutti vogliono essere giovani, rimanere giovani e si mascherano da giovani, anche se il tempo della giovinezza è passato - visibilmente passato. Perché è bello essere giovani? Perché il sogno della perenne giovinezza? Mi sembra ci siano due elementi determinanti: la gioventù ha ancora tutto il futuro davanti a sé. Tutto è futuro – tempo di speranza. E il futuro è pieno di promesse. Oggi però, per molti, anche pieno di minacce, soprattutto la minaccia di un grande vuoto. Perciò molti vogliono arrestare il tempo per paura di un futuro nel vuoto; vogliono subito consumare tutte le bellezze della vita – e così l’olio della lampada è consumato quando la vita comincerebbe. E’ importante scegliere le vere promesse, che aprono al futuro – anche con rinunce. Chi ha scelto Dio ha ancora nella vecchiaia un futuro senza fine e senza minacce davanti a sé. Scegliere bene – non distruggere il futuro. E la prima scelta fondamentale deve essere Dio, rivelatosi nel Figlio Gesù Cristo. E nella luce di questa scelta, che ci offre nello stesso tempo una compagnia affidabile nel cammino, si trovano i criteri per le altre scelte necessarie».

     

    Benedetto XVI

    April 03

    Santo Subito!!!

    Vi racconto il Wojtyla segreto un Papa soprannaturale

    di Andrea Tornielli

     

    Le vesti di Papa Ratzinger e dei cardinali che ieri in una piazza San Pietro inondata di sole hanno concelebrato la messa in suffragio di Giovanni Paolo II nel terzo anniversario della sua morte erano rosse come nel giorno, indimenticabile, dei funerali in mondovisione. Quando il vento scompigliò i paramenti dei porporati e prese a girare le pagine del Vangelo appoggiato sulla cassa squadrata di legno chiaro che conteneva le spoglie di Karol «il grande». C’era il vento e c’era una folla immensa, che alla fine di quel rito, in presenza dei potenti della terra venuti a rendere omaggio al Papa scomparso, gridò il famoso «Santo subito!». Ieri quella drammaticità e quelle emozioni apparivano stemperate, come trasfigurate. Eppure mai come in questa occasione la santificazione di Wojtyla è riecheggiata nelle parole del suo mite successore: «Bastava osservarlo quando pregava», ha detto Ratzinger di Giovanni Paolo II, «si immergeva letteralmente in Dio e sembrava che tutto il resto in quei momenti gli fosse estraneo». Benedetto XVI ha ricordato la «fede straordinaria» di quest’uomo che con Dio «intratteneva una conversazione intima, singolare e ininterrotta», sottolineando «tra le tante qualità umane e soprannaturali» del suo predecessore «quella di un’eccezionale sensibilità spirituale e mistica». No, non era la simpatia il segreto. Non erano i mass media, le folle, l’arte del palcoscenico. Non era neppure quel passato da attore nelle cantine di Cracovia. Il segreto era Dio. Immergersi totalmente in Dio. Lo sguardo del testimone torna a un’immagine indimenticabile, che risale al 25 marzo 2000. A Nazaret, nel luogo più essenziale, in quel rosario di miseri buchi scavati nella roccia, dove si trovava l’umile casa di Maria e dove tutto ha avuto inizio, Giovanni Paolo II doveva celebrare la messa. Era una delle tappe fondamentali del suo pellegrinaggio giubilare in Terra santa. Si muoveva già a fatica, poteva fare solo piccoli passi usando il bastone, soffriva. Soffriva visibilmente. Quella mattina la basilica superiore dell’Annunciazione, gremita di fedeli, lo attendeva. Prima di iniziare la celebrazione, il Papa doveva sostare per qualche minuto in preghiera nella piccola grotta al cui interno una ragazza con il suo «sì» aveva permesso che si attuasse un progetto imprevedibile e imprevisto, un progetto dell’altro mondo, l’incarnazione del Figlio di Dio. Wojtyla arrivò fin dentro la basilica in papamobile. Era in ritardo. Era stanco. A fatica si inginocchiò davanti alla scritta «Hic Verbum caro factum est», qui il Verbo si fece carne. Il tempo trascorreva. Vennero a dirgli che la gente, sopra, aspettava. Lo convinsero, lo aiutarono a rialzarsi. Si girò e fece come per andarsene. Poi non resistette al richiamo di quel luogo. E cadde nuovamente in ginocchio, continuando a pregare. Immerso in Dio.Un altro piccolo grande racconto su quel viaggio lo appresi dalle labbra del francescano padre Giovanni Battistelli, che nel 2000 era il Custode di Terra santa. «A Gerusalemme Giovanni Paolo II alloggiava presso il Centro Notre Dame. C’era un ascensore per poter raggiungere il secondo piano, dov’era stata preparata la sua stanza e quella del suo segretario particolare, Stanislao Dziwisz». Ma la sera del suo arrivo nella città santa, il 21 marzo, Wojtyla decise di fare diversamente, dopo aver dato un’occhiata all’appartamento. «Disse al suo segretario di andare a dormire al piano terra e volle che nella stanza preparata per don Stanislao fosse invece ospitato il Santissimo sacramento, per poter trascorrere del tempo in meditazione e preghiera, inginocchiato davanti all’ostia consacrata». Già, la preghiera. Ora di suppliche scritte viene quotidianamente inondata la tomba di Papa Wojtyla, che tanti già pregano come «santo». Eppure di biglietti e di suppliche è stata piena l’esistenza di Giovanni Paolo II quando ancora era in questo mondo. Ne riceveva un’infinità. Li faceva mettere dalle suore nell’inginocchiatoio della cappella privata, dove trascorreva ore immerso nel silenzio. Li teneva fisicamente vicini, chiedendo a Dio che quelle preghiere fossero esaudite. Ieri il suo successore Benedetto, nel commemorarlo, non si è limitato a invocare il suo aiuto dal cielo, ha usato anche espressioni impegnative: «Come accadde a Gesù pure per Giovanni Paolo II alla fine le parole hanno lasciato il posto all’estremo sacrificio, al dono di sé». Di questo dono e sacrificio, Wojtyla aveva parlato nelle sue memorie: «Càpita a volte di sentire qualcuno che difende il potere episcopale inteso come precedenza: sono le pecore, afferma, che devono andare dietro al pastore, e non il pastore dietro alle pecore. Si può essere d’accordo con lui, ma nel senso che il pastore deve andare avanti nel dare la vita per le sue pecore: è lui a dover essere il primo nel sacrificio e nella dedizione». Parole che Wojtyla ha incarnato, non solo in occasione del terribile attentato del 1981, ma anche nella lunga malattia, nell’interminabile Via Crucis, com’è stato evidente al mondo l’ultimo Venerdì Santo, con il Papa ormai devastato dalla sofferenza, ripreso di spalle, aggrappato alla croce. Consegnato alla croce.Il volto più autentico del globetrotter di Dio, del Papa «combattente», è quello dell’uomo che sapeva far brillare la luce del soprannaturale nelle cose umane, di ogni giorno. Come quella volta che doveva pranzare con un vescovo italiano. Il prelato giunse in ritardo nell’appartamento papale e si scusò con Giovanni Paolo II raccontando di aver incrociato in San Pietro un suo ex sacerdote, divenuto da 17 anni un barbone e di essersi fermato a parlare con lui. Il Papa gli disse di andarlo a cercare e di portarlo a tavola. Il barbone, imbarazzato e impacciato, pranzò con Wojtyla. A fine pasto, il pontefice gli chiese: «Vuoi confessarmi?». Il barbone disse di sì, con l’incredulità e la gioia dipinte sul volto. Dopo quell’incontro, senza che nulla gli venisse chiesto sul suo passato, il barbone tornò a fare il prete. Questo era Karol, l’uomo «immerso in Dio».

    April 01

    2 aprile...

     
     
    Per ricordare un uomo veramente speciale....
    March 11

    Bellezza...

     

    Furono feriti direttamente dallo Sposo, fu Lui a infondere un raggio della sua bellezza nei loro occhi: l’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo!

    Nicola Cabasilas

     
    February 26

    PIO XII

    Pastore Angelico, questo è il titolo che si è meritato in vita e che nessuno potrà mai contestargli. Eugenio Pacelli nacque a Roma il 2 marzo 1876 da una nobile famiglia i cui appartenenti da due generazioni erano al servizio della Chiesa, il padre decano degli avvocati concistoriali, il nonno co-fondatore dell’Osservatore Romano. E dalla nobiltà della famiglia prese i tratti sia fisici che interiori, negli atteggiamenti, nella scrupolosa esattezza dei suoi atti; primeggiò negli studi, apprezzato dai compagni di studio e professori per la sua mitezza e bontà, fu esonerato dall’esame finale della licenza liceale per l’alta media riportata in tutte le materie, il titolo gli fu concesso ‘ad honorem’ con una medaglia d’oro. Frequentò il Collegio Capranica, la Pontificia Università Gregoriana, l’Ateneo Pontificio di S. Apollinare, l’Università Statale; si laureò in teologia, in diritto “utroque iure”, si specializzò in Diritto Canonico, Sacra Scrittura, Patrologia, Vita della Chiesa e Storia Ecclesiastica, si può ben dire che da giovane seminarista e poi novello sacerdote nel 1899, era già un pozzo di scienza. Il cardinale vicario di Roma conoscendo le sue doti, ritenne opportuno introdurlo nella Curia Romana nella Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, iniziò così nel 1901 quella carriera nella Curia pontificia che lo vedrà salire da minutante della Segreteria fino alla carica di Segretario di Stato per divenire poi papa, caso quasi unico di un ecclesiastico della Chiesa cattolica che trascorre tutta la sua vita nell’amministrazione e nella diplomazia vaticana per diventare papa senza aver avuto un’esperienza di tipo pastorale in qualche parrocchia o diocesi. Lavorò in varie Congregazioni, commissioni ecclesiastiche, direttore spirituale di varie Associazioni, rappresentante della Santa Sede in varie missioni all’estero, lavorò per i papi Leone XIII, Pio X, Benedetto XV che nel 1917 lo consacrerà vescovo, Pio XI. E nel 1917 fu inviato per la prima volta come Nunzio apostolico in Baviera, qui fu l’artefice fino al dicembre 1929 di un intensa attività diplomatica passando dalla Baviera alla Prussia, a Berlino presso il kaiser Guglielmo II e poi con la nuova Repubblica Tedesca; fu l’artefice dei Concordati stipulati fra la Santa Sede e la Baviera e poi con la Prussia, Land più protestante e potente della Germania. Questo periodo di Nunzio coincise con il dopoguerra della 1ª Guerra Mondiale, che lo vide protagonista di aiuti alla popolazione più povera delle città tedesche, dovette affrontare le turbolenze violente di bande che si scagliavano anche contro la Chiesa, una di queste bande di fanatici assalì anche la Nunziatura puntandogli addosso le pistole. I risultati raggiunti in quest’opera diplomatica dovuti ad una sua immensa rettitudine, accompagnata da signorilità, intelligenza e cultura, gli procurarono da parte di papa Ratti, Pio XI, il cappello cardinalizio e la carica di Segretario di Stato succedendo al cardinale Gasparri suo precedente maestro e superiore nella Curia romana. Lasciò quindi la Germania nel dicembre 1929 dopo dodici anni di Nunziatura e iniziò a Roma il 7 febbraio 1930 il suo compito di massimo responsabile della Segreteria di Stato; la situazione mondiale non era per niente tranquillizzante; il Messico era al centro di un anticlericalismo di tipo massonico, in Italia sorgeva il fascismo, a Berlino sorgeva un totalitarismo che avrebbe portato al nazismo, vi era una dittatura materialistica in Unione Sovietica. La sua opera si esplicò in una politica tendente ad evitare fratture e persecuzioni e nel contempo difendendo i valori spirituali e morali cristiani, salvaguardando i diritti della Chiesa e dell’umanità. Il 29 luglio 1933 firmò il Concordato con il Reich, estendendo le clausole dei precedenti Concordati con le singole Nazioni germaniche a tutto il territorio tedesco. Inviò, come Segretario di Stato ben sessanta note diplomatiche a Berlino a difesa dei diritti della Chiesa e dei diritti umani contro la politica dittatoriale del nazismo. Visse insieme al papa Pio XI i tormenti di quell’epoca inquieta, mentre si usciva dalla persecuzione anticattolica del Messico, in Spagna dilagava una guerra civile con larga persecuzione religiosa, le vittime cattoliche erano migliaia; il comunismo cercava di estendersi in tante parti del mondo con le sue teorie ateistiche; collaborò alle encicliche allarmate sui movimenti ideologici in corso, che nel 1937, papa Pio XI promulgò, le “Mit brennender Sorge” e “Divini Redemptoris”. Defunto quasi improvvisamente il papa, il cardinale Eugenio Pacelli venne eletto suo successore con il nome di Pio XII in un conclave brevissimo il 2 marzo 1939, quando sul mondo si addensavano le nubi della follia umana che porterà alla Seconda guerra mondiale. Impossibilitato a bloccarla, si adoperò per alleviare in qualche modo i disastrosi effetti sui popoli, istituì la P.O.A. (Pontificia Opera Assistenza) che proseguirà la sua attività per molti anni anche nel dopoguerra; l’Ufficio Informazioni Vaticane, che cercò di ritrovare o sapere della sorte di 11 milioni di persone coinvolte nel disastro mondiale, lanciò celebri messaggi natalizi radiofonici alle Nazioni in guerra esortandole alla pace. La necessità di evitare ulteriori rappresaglie lo trattenne da una azione antinazista aperta, ma nel segreto egli operò tramite le sue Organizzazioni ad un capillare aiuto ai perseguitati delle leggi antirazziali, in particolare di circa 860.000 ebrei, come si può riscontrare dalle note degli Archivi Vaticani. Certamente tutto questo gli procurò angoscia, con la sola consolazione di aver risparmiato con il suo agire un numero grande di vittime. Purtroppo negli anni a venire questo suo apparente silenzio gli verrà contestato da varie parti, in una campagna denigratoria sul suo operato, in quel tragico momento storico. Tentò invano di far dichiarare Roma ‘città aperta’ per risparmiarle quei bombardamenti che gli Alleati comunque le inflissero. Nel dopoguerra lo vediamo artefice di un’opposizione e condanna del comunismo ateo dilagante ed oppressivo, in particolare nell’Europa dell’Est ed Estremo Oriente che aveva determinato la cosiddetta ‘Chiesa del Silenzio’, con persecuzioni, deportazioni e carcere per fedeli e clero cattolico. La sua alta cultura, la conoscenza di più lingue, gli permisero di indirizzare più di 300 discorsi a Congressisti riuniti a convegni sulle più disparate scienze; scrisse 40 encicliche; promulgò nel 1954 l’Anno Mariano, proclamò nel 1950 durante l’Anno Santo, il Dogma dell’Assunzione di Maria. I suoi discorsi e radiomessaggi sono raccolti in venti volumi a testimonianza di un immane opera di sensibilità al mondo moderno; fece eseguire gli arditi lavori archeologici sotto l’altare maggiore della Basilica di S. Pietro per portare alla luce le reliquie dell’Apostolo. Resse la Chiesa con polso fermo prendendo decisioni anche impopolari come la non approvazione del movimento dei preti operai in Francia; dopo la morte del Segretario di Stato dell’epoca non lo sostituì, prendendo su di sé anche quest’incombenza che tenne fino alla morte. Pio XII concluse la sua vita terrena il 9 ottobre 1958 nella residenza pontificia di Castelgandolfo, dopo quasi 20 anni di sofferto pontificato; è tumulato nelle Grotte Vaticane sotto la basilica, di fronte alla ritrovata tomba di s. Pietro.

    February 13

    NDL

    QUESTE PAROLE ESPRIMONO MOLTO BENE LE EMOZIONI CE HO VISSUTO IN QUESTI GIORNI A LOURDES...

    "Ella è qui! Dobbiamo saperlo, ella è qui! Non c'è luogo dove ella non sia, se in ogni luogo vi è un'anima che ella ama. Finché era sulla terra, condizionata dalla sua natura umana, non poteva essere nello stesso tempo ad Ain-Karem dove era Elisabetta, e a Nazaret dove era Giuseppe, non poteva essere nello stesso tempo a Betlemme e a Gerusalemme; ma ora è là dove ama, ed ella ama ogni suo figlio. Potete voi dubitare che Maria Santissima vi ami? Voi potete dubitare di amarla, ma non che ella vi ami; e forse neppure dubitate di amarla, e allora voi pensate che se lei vi ama di più di quanto voi l'amate, voglia stare lontano da voi? Ella è con voi! Noi dobbiamo vivere questa presenza materna della Vergine. Se ella è mediatrice di ogni grazia, è perché da lei abbiamo ricevuto Gesù, e in ogni istante è dalle sue mani verginali e dal suo Cuore di Madre, che noi dobbiamo accogliere il Cristo " .

    D.Divo Barsotti

     

     

    Dalla « Lettera » di santa Maria Bernardetta Soubi­rous, vergine

    (Lettera a P. Gondrand, a. 1861; cfr. A. Ravier, Les écrits de sainte Bernadette, Paris, 1961, pp. 53-59)

    Un giorno, recatami sulla riva del fiume Gave per raccogliere legna insieme con due fanciulle, sentii un rumore. Mi volsi verso il prato ma vidi che gli alberi non si muovevano affatto, per cui levai la testa e guardai la grotta. Vidi una Signora rivestita di vesti candide. Indossava un abito bianco ed era cinta da una fascia azzurra. Su ognuno dei piedi aveva una rosa d’oro, che era dello stesso colore della corona del rosario. A quella vista mi stropicciai gli occhi, credendo a un abbaglio. Misi le mani in grembo, dove trovai la mia corona del rosario. Volli anche farmi il segno della croce sulla fronte, ma non riuscii ad alzare la mano, che mi cadde. Avendo quella Signora fatto il segno della croce, anch’io, pur con mano tremante, mi sforzai e finalmente vi riuscii. Cominciai al tempo stesso a recitare il rosario, mentre anche la stessa Signora faceva scorrere i grani del suo rosario senza tuttavia muovere le labbra. Terminato il rosario la visione subito scomparve.

    Domandai alle due fanciulle se avessero visto qualcosa, ma quelle dissero di no; anzi mi interrogarono cosa avessi da rivelare loro. Allora risposi di aver visto una Signora in bianche vesti, ma non sapevo chi fosse. Le avvertii però di non farne parola. Allora anch’esse mi esortarono a non tornare più in quel luogo, ma io mi rifiutai.

    Vi ritornai pertanto la domenica, sentendo di esservi interiormente chiamata.

    Quella Signora mi parlò soltanto la terza volta e mi chiese se volessi recarmi da lei per quindici giorni. Io le risposi di sì. Ella aggiunse che dovevo esortare i sacerdoti perché facessero costruire là una cappella; poi mi comandò di bere alla fontana. Siccome non ne vedevo alcuna, andavo verso il fiume Gave, ma ella mi fece cenno che non parlava del fiume e mi mostrò col dito una fontana. Recatami là, non trovai se non poca acqua fangosa. Accostai la mano, ma non potei prender niente; perciò cominciai a scavare e finalmente potei attingere un pò d’acqua; la buttai via per tre volte, alla quarta invece potei berla. La visione allora scomparve, ed io me ne tornai verso casa.

    Per quindici giorni però ritornai colà e la Signora mi apparve tutti i giorni tranne un lunedì e un venerdì, dicendomi di nuovo di avvertire i sacerdoti che facessero costruire là una cappella di andare a lavarmi alla fontana e di pregare per la conversione dei peccatori. Le domandai più volte chi fosse, ma sorrideva dolcemente. Alla fine, tenendo le braccia levate ed alzando gli occhi al cielo mi disse di essere l’Immacolata Concezione.

    Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì assolutamente di rivelare ad alcuno cosa che io ho fedelmente osservato fino ad oggi.

     

    February 04

    per pensare...

    Léon Bloy, forse l’unico scrittore francese che sia stato dotato di senso dell’umorismo, scrisse che l’uomo moderno ha superato di gran lunga l’apostolo san Tommaso: «La sua ammirevole superiorità consiste infatti nel non credere nemmeno dopo aver visto e toccato. Ma che dico! Nel diventare incapace di vedere e di toccare a furia di non credere».
    January 29

    dedicato a chi vive i migliori anni della sua vita!

    “I migliori anni della nostra vita”

    Penso che ogni giorno sia
    Come una pesca miracolosa
    E che è bello pescare sospesi
    Su di una soffice nuvola rosa .
    Io come un gentiluomo ,
    E tu come una sposa .
    Mentre fuori dalla finestra
    Si alza in volo soltanto la polvere .
    C'è aria di tempesta !
    Sarà che noi due siamo di un altro
    Lontanissimo pianeta .
    Ma il mondo da qui sembra soltanto
    Una botola segreta .
    Tutti vogliono tutto , per poi accorgersi
    Che è niente .
    Noi non faremo come l'altra gente ,
    Questi sono e resteranno per sempre…
    I migliori anni della nostra vita .
    I migliori anni della nostra vita .
    Stringimi forte che nessuna notte è infinita ,
    I migliori anni della nostra vita .
    Penso che è stupendo
    Restare al buio abbracciati e muti ,
    Come pugili dopo un incontro .
    Come gli ultimi sopravvissuti .
    Forse un giorno scopriremo
    Che non ci siamo mai perduti…
    E che tutta questa tristezza in realtà ,
    Non è mai esistita !
    I migliori anni della nostra vita ,
    I migliori anni della nostra vita ,
    Stringimi forte che nessuna notte è infinita .
    I migliori anni della nostra vita !
    Stringimi forte che nessuna notte è infinita .
    I migliori anni della nostra vita

    Renato Zero
    Album: Amore Dopo Amore

    January 20

    Chieffo

    E' una delle più belle canzoni di Claudio Chieffo: vengono esplicitati qui con profondità poetica i termini di quell'amore vero che costituisce l'oggetto del nostro desiderio più profondo.
    È una delle fondamentali esigenze del nostro io.
    Comprendiamo che questo amore vero non è definibile e raggiungibile da noi, ma è un dono: il dono che un Altro ci offre.
    È un'esigenza che ci rimanda ad un Altro.

    Testo della canzone

    Io vorrei volerti bene come ti ama Dio,
    con la stessa passione,
    con la stessa forza,
    con la stessa fedeltà che non ho io.

    Mentre l'amore mio
    è piccolo come un bambino,
    solo senza la madre,
    sperduto in un giardino.

    Io vorrei volerti bene
    come ti ama Dio,
    con la stessa tenerezza,
    con la stessa fede,
    con la stessa libertà che non ho io.

    Mentre l'amore mio
    è fragile come un fiore,
    ha sete della pioggia,
    muore se non c'è il sole.

    Io ti voglio bene
    e ne ringrazio Dio,
    che mi da la tenerezza,
    che mi da la forza,
    che mi da la libertà che non ho io.

    Questa canzone la dedico a tutte le persone a cui voglio un mondo di bene, io non potrò essere sempre presente, nè essere sempre fedele, ma prego Domine Dio, di supplire la dove io per tutti i motivi possibili non riesco ad arrivare! Lui solo è fedele... Io non so amare come quì è descritto ma prego Lui di farlo per me!